Recensire negativamente un classico

Perché stroncare un romanzo classico è un crimine letterario

【H】Human Writing
Ho sempre avuto questo pensiero, impopolare: recensire negativamente un romanzo è un atto di sciocca arroganza.
(Escludo dal ragionamento le chiacchiere tra amici, le auto-pubblicazioni, l’editoria a pagamento e le operazioni di marketing travestite da letteratura).

Se a un editor quel romanzo è piaciuto al punto da pubblicarlo, significa che ha scommesso sulla sua voce.
Sa che quell’opera si intreccerà inevitabilmente – per sempre – nella magica e fitta rete della letteratura.
Non può prevedere in che modo influenzerà altre scritture, o la lingua stessa, che è un essere vivo e mutevole.
Per questo la sua responsabilità è enorme.

Se un romanzo pubblicato non piace, non parlarne dovrebbe essere l’unica recensione possibile.
Se in molti non ne parleranno, resterà ai margini, ai confini più lontani del mondo letterario – ma sempre accessibile, in attesa di qualcuno che un giorno ne avrà bisogno.
Nel peggiore dei casi, sarà amato solo dal suo editore: e anche così avrà un suo senso.

Quando si parla di classici, però, la stroncatura diventa un crimine punibile alla gogna sul Pequod, con un numero di frustate di Daggoo proporzionato all’autorevolezza e alla popolarità del recensore.

La stroncatura come forma di narcisismo

Stroncare è spesso un atto di vanità.
Un modo per dire: io ho capito, voi no.
Dietro ogni recensione velenosa, dietro ogni giudizio sprezzante, c’è quasi sempre il desiderio di apparire più intelligenti del testo stesso.
È una forma di esibizionismo intellettuale, non molto diversa da chi cita un autore mai letto per sentirsi al centro della conversazione.

Chi stronca un classico dimentica che non si sta misurando con un libro, ma con il tempo.
E che il tempo, come un vecchio dio ironico, non ama i giudizi affrettati.
A ogni epoca piace incoronare i propri idoli e distruggerne altri, ma il narcisismo della stroncatura resta sempre lo stesso: un atto di potere camuffato da critica.

In fondo, chi stronca, a volte, non parla dell’autore: parla di sé.

La stroncatura per incomprensione

C’è poi una forma di stroncatura più innocente, ma non meno pericolosa: quella che nasce dall’incomprensione.
A volte un libro è semplicemente troppo avanti, troppo complesso, o troppo distante dal nostro modo di leggere in quel momento.
Non lo capiamo, e allora lo respingiamo.

È un riflesso umano, ma anche una grande occasione sprecata.
Perché dietro quell’oscurità può nascondersi un capolavoro.

Mi è successo con Il pendolo di Foucault di Umberto Eco.
Se questo libro lo avesse scritto oggi un autore non famoso, probabilmente non sarebbe mai stato pubblicato.
Non perché sia brutto, tutt’altro: ma perché è inclassificabile.
Una recensione tradizionale lo stroncherebbe per eccesso di erudizione, per struttura labirintica, per “confusione”.
E invece è proprio lì che sta la sua forza.

La prima volta l’ho abbandonato dopo un centinaio di pagine.
La seconda, a metà audiolibro.
Ma quella sensazione di smarrimento mi è rimasta in testa per anni, come un richiamo marino.
Sapevo che sarei tornato a nuotare in quelle acque.
E quando l’ho fatto, senza più cercare la riva, ho capito che il senso non era nella trama ma nella sensazione: una sorta di trance, un mantra narrativo.

Eco stesso, a un certo punto, scrive:

“Inventare, forsennatamente inventare senza badare ai nessi da non riuscire più a fare un riassunto.
(…) Non è questa la vera lettura della Torah?”

E allora sì, avevo capito.
Non era un libro da comprendere, ma da sentire.


La stessa cosa mi accade solo in alcuni capitoli di Moby Dick, come quello, ad esempio, del lungo trattato sui cetacei. Chi mai se li ricorda tutti i nomi di quelle balene? Ma è impossibile dimenticare le sensazioni provate in quello strano capitolo, in qualche modo necessario.

Per questo non bisogna stroncare ciò che non si comprende: basta lasciarlo in sospeso, in attesa del momento in cui potremo rileggerlo con occhi diversi.
È il modo più umile di rispettare un’opera.

Leggi QUI l’articolo su Il pendolo di Foucault

Le stroncature come termometro dell’epoca

La storia della letteratura è piena di stroncature dei classici diventate, col tempo, piccoli monumenti al fraintendimento.
Quando uscì Moby-Dick, il Boston Post scrisse di averne letto “solo la metà”, ma abbastanza per concordare con il London Athenaeum nel definirlo “una miscela mal composta di fantasia e realtà”.
Pochi decenni dopo, il Daily Chronicle bollò Il ritratto di Dorian Gray come “un libro velenoso, impregnato dei miasmi della putrefazione morale e spirituale”.
Nel 1925 il New York World titolò: “L’ultimo romanzo di F. Scott Fitzgerald è un fallimento”, e il Saturday Review rincarò: “Il grande Gatsby è una storia assurda, sia come romanzo d’amore che come melodramma.”
Persino Virginia Woolf, nel suo diario del 1922, scrisse di Ulisse: “Più lo leggo, più mi irrita – lo trovo sempre più irrilevante; e nemmeno mi prendo più la briga di cercare di capirne i significati.”

Rilette oggi, quelle frasi sembrano fotografie d’epoca: non raccontano i libri, ma i loro giudici.
E mostrano come, più del genio o del talento, ciò che la critica misura è sempre la propria epoca.

Rileggere oggi quelle frasi è come osservare fotografie d’epoca: non ci raccontano i libri, ma i loro giudici.
E mostrano quanto la critica, più che analizzare, spesso riveli le paure e i limiti del proprio tempo.
La letteratura, invece, aspetta. E poi, con calma, ribalta il verdetto.

Rileggere oggi quelle frasi è come osservare fotografie di un’epoca in cui la critica si travestiva da morale.
Ma la letteratura non si lascia giudicare: aspetta.
E poi, silenziosamente, ribalta il verdetto.

Ogni giudizio riflette le paure e i limiti del suo contesto.
Una stroncatura, riletta un secolo dopo, diventa un piccolo fossile culturale: conserva l’impronta delle convinzioni di un’epoca.
È questo che rende la critica così interessante – non solo per ciò che dice dell’autore, ma per ciò che rivela del lettore collettivo.

La vendetta dei classici

Alla fine, i classici non si difendono: aspettano.
Hanno una pazienza cosmica.
Possono essere ignorati, ridicolizzati, censurati; ma poi tornano, come maree letterarie che risalgono la costa del tempo.

E spesso, quando tornano, non c’è più nessuno da punire: i loro detrattori sono svaniti, i loro nomi cancellati dalle bibliografie, i loro giudizi sepolti nelle note a piè di pagina.
È la forma più elegante di vendetta: sopravvivere.

Oggi i critici che stroncavano GatsbyMelville o Joyce sono dimenticati.
Loro, invece, vivono nelle edizioni annotate, nelle università, persino nelle citazioni pubblicitarie.
La loro vendetta è la memoria.

Stroncare un romanzo classico, dunque, non è solo un errore estetico: è un gesto di presunzione contro il tempo.
Perché ogni opera – anche quella che ci annoia, che ci respinge o che non capiamo – è un frammento di una conversazione millenaria.
E la conversazione, come il mare, non finisce mai.

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