In Balena Bianca crediamo che alcuni libri non si leggano soltanto: si attraversano, come viaggi. Il pendolo di Foucault appartiene a questa categoria: più che un romanzo, un’esperienza che ti trascina come un oceano.
Il pendolo di Foucault. Astenersi lettori perditempo.
Se questo libro lo avesse scritto, oggi, qualsiasi autore non famoso – ne sono convinto – non avrebbe mai visto una pubblicazione. Perché è brutto? No, tutt’altro. Solo non sarebbe collocabile, in nessun genere, in nessuna casa editrice.
Per capirsi: non ci si aspetti nulla che assomiglia a Il nome della Rosa.
Una recensione, più o meno soggettiva, coi classici parametri, porterebbe probabilmente a una stroncatura. Ma come ho scritto all’inizio, qui cercasi lettori forti, non per la difficoltà nella lettura (o ascolto) dell’opera ma per la ricerca del senso della stessa.
All’inizio la storia ti tiene inevitabilmente incollato. È tutta una promessa di intrighi e di misteri, ma poi, per quasi tutto il resto del romanzo, Eco ti catapulta nell’oceano a nuotare senza salvagente, senza una rotta, in mezzo a mille creature, vere, leggendarie o inventate, sballottato continuamente dalle onde. In alcuni momenti ho pensato fosse un esercizio di stile, di bravura o di memoria: che volesse mettere dentro a un unico libro tutti quelli della sua immensa biblioteca, o perlomeno tutti quelli storici a partire dal medioevo fino alla seconda guerra mondiale; sicuramente tutti quelli dove si parla di esoterismo, magia, Templari, Rosacroce e sacro Graal. Davvero, ci sono riferimenti a decine se non centinaia di storie e di personaggi… troppa grazia, sant’Antonio.
Quando capisco che ho perso la rotta e che non esiste una riva all’orizzonte, mi sento affogare e mi viene voglia di uscire… lui è comunque onesto, non ti tiene lì con la forza di nessun artifizio letterario. A un certo punto non ti promette più nulla ma continua a sballottarti con onde sempre più alte… a volte sembra quasi sfidarti ad andartene.
Io l’ho fatto per ben due volte: la prima ho abbandonato il libro dopo un centinaio di pagine, la seconda a metà audiolibro. Ma qui arriva il bello: quella strana sensazione mi è rimasta lì nella testa per anni e sapevo che prima o poi sarei tornato a nuotare in quelle strane acque, e così è stato. Questa volta però non ho cercato la riva e nemmeno una rotta; mi sono lasciato trasportare dalle onde, lasciando che le creature mi passassero davanti, e allora l’esperienza è stata completamente diversa. È divenuto un ascolto (o lettura) che ha del magico, dell’ipnotico, come essere stati drogati con una sostanza che offusca lievemente i sensi rendendo il susseguirsi di storie ed eventi una specie di mantra, dove la sensazione provata è più importante della narrazione. Durante il racconto mi perdo il nome di alcuni personaggi o luoghi o date, ma sono lo stesso magicamente lì con loro, in quei posti e in quell’epoca. La sensazione diventa più importante della storia.
La stessa cosa mi accade (chissà se proprio da lì il mio riferimento all’oceano) solo in alcuni capitoli di Moby Dick, come quello, ad esempio, del lungo trattato sui cetacei. Chi mai se li ricorda tutti i nomi di quelle balene? Ma è impossibile dimenticare le sensazioni provate in quello strano capitolo, in qualche modo necessario.
A tre quarti dell’opera Eco butta lì questa riflessione legata alla Torah… che riascolto più e più volte perché ho la netta impressione che stia parlando del suo stesso libro:
“Se il problema è questa assenza di essere e l’essere è ciò che si dice in molti modi, più parliamo più essere c’è… Per salvarsi sin dall’inizio dell’eternità è necessario volere che ci sia un essere a vanvera, come un serpente annodato da un marinaio alcolizzato, inestricabile. Inventare, forsennatamente inventare senza badare ai nessi da non riuscire più a fare un riassunto. Un semplice gioco a staffetta tra emblemi, uno che dica l’altro, senza sosta, scomporre il mondo in una sarabanda di anagrammi a catena e poi credere all’inesprimibile. Non è questa la vera lettura della Torah?”
E così quando finalmente vedo la riva che all’inizio agognavo tanto, non faccio nemmeno una bracciata in più per raggiungerla ma mi lascio arenare dolcemente alla fine del racconto, lì sulla spiaggia, ancora in una specie di trance, vagolando tra i ricordi di quello che ho capito non essere un libro qualsiasi, pensando stavolta:
QUANTA grazia, sant’Antonio!
Vedi QUI il libro sul sito dell’editore: La nave di Teseo

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