Il deserto dei Tartari – Dino Buzzati – La Fortezza di via Solferino

Come la prigionia quotidiana di un giornalista ha partorito un capolavoro del Novecento

【H】Human Writing
Questa non è la solita recensione. È più una storia dentro a una storia. Inizia in una Milano anni ’30 che mastica nebbia e piombo, dentro la redazione del «Corriere della Sera». È sera tardi, quasi notte; nei sotterranei, le rotative riposano come bestie in agguato nel buio, mostri d’acciaio che attendono in silenzio il segnale per iniziare a divorare carta e sputare destini. 

Tutto il palazzo è immerso nel buio. Tutto, tranne una piccola lampada che proietta un cono di luce giallastra su una scrivania, illuminando una pila di carte che sembrano sedimenti geologici e un telefono grigio, di quelli con la rotella centrale che gracchiano promesse mai mantenute. Dietro quella scrivania c’è l’unico essere umano rimasto a presidiare il nulla.

Resta lì, fino a tardi, con la gola secca, nella speranza che quel telefono squilli e gli sputi addosso la notizia capace di redimerlo dalla mediocrità: la grande occasione, il lampo che incendia la vita lavorativa. Da quando è arrivato al giornale, vede i colleghi come formiche indaffarate a trasportare bricioli di cronaca senza peso, incapaci di sentire quel suo stesso prurito metafisico.

Tra di loro sembrano normali, ma lui li vede imbruttirsi, consumarsi come candele in un corridoio ventilato. Quelli più anziani hanno perso persino il colore: figurine in bianco e nero, bidimensionali, prosciugate da una routine che non lascia scampo. Solo lui sembra accorgersi del contagio. Si ripete che a lui non capiterà, che lui ha il sangue più denso, che a un certo punto se ne andrà. Invece, impercettibilmente, anche lui inizia a sbiadire. La speranza si fa ossessione, una strana forma di sofferenza che gli mangia i muscoli e i pensieri: la paura che la vita sia altrove.

Quel giornalista si chiama Dino Buzzati. E siccome oltre ad abitare le redazioni abita anche i sogni, ed è un romanziere formidabile, decide di dare un nome a quella sofferenza e ci scrive un libro: Il deserto dei Tartari.

Ecco che la redazione si trasforma in una fortezza di pietra gialla; la notizia che non arriva diventa l’ombra dei Tartari all’orizzonte; il giornalista indossa l’uniforme del tenente Drogo e i colleghi diventano commilitoni di un’attesa infinita. La sostanza non cambia: è la stessa postura di chi aspetta un cenno dal destino che tarda a somigliare a una promessa e inizia a somigliare a una dipendenza. 

Alcuni romanzi nascono così: non guardano il trauma in faccia, ma gli costruiscono intorno una cattedrale narrativa capace di renderlo universale.

Qui, però, bisogna fermarsi un momento. Perché il punto non riguarda più soltanto Buzzati.

Uno scrittore, quando è davvero scrittore, non prende un’angoscia e la commenta. Le trova un corpo. A volte un castello, a volte un processo, a volte una balena bianca. La costringe ad abitare da qualche parte. Le assegna delle stanze, dei turni, delle finestre, delle uniformi, una luce precisa verso sera. È questo che trasforma una pena privata in un’esperienza condivisibile. Finché resta confessione, appartiene a uno solo. Quando trova una struttura, diventa respirabile anche dagli altri. Maleodorante, magari. Ma diventa un’esperienza condivisa.

Per questo il Deserto non è solo il romanzo dell’attesa. Dire “attesa” è pronunciare una parola consunta, un osso spolpato. Nel libro di Buzzati l’attesa ha ancora un battito: ha le sue seduzioni sporche, i suoi autoinganni feroci, la sua piccola liturgia di rinunce rinviate di settimana in settimana, come un peccato che si confessa solo a metà. È una postura del corpo e dell’anima: ancora un poco. Ancora un inverno. Ancora questa nomina, questo cambio di guardia, questo movimento impercettibile sulla linea dell’orizzonte.

Il peggio non è la catastrofe – che almeno ha la dignità della fine – ma il rinvio. Buzzati lo sapeva: la fortezza isola, il deserto svuota, il nemico lontano giustifica la nostra immobilità. Tutto concorre a rendere accettabile l’inaccettabile.

Considerava questo libro un compagno centrale, quasi inesauribile. Una testimonianza ricorda che lo sentiva come il libro della sua vita, da scrivere fino alla vigilia della morte. È un’immagine buzzatiana nella sua precisione funebre: un libro che non si chiude mai, ma resta lì, di guardia, a fissare la polvere che sale dalla pianura.

Forse è questo che riconosciamo, quando un romanzo ci resta addosso. Non solo la bravura, non solo la profondità, ma anche il momento in cui qualcuno ha smesso di spiegarsi e ha cominciato a costruire. Una muraglia, una prigione, una balena, una stanza. Qualcosa che potesse contenere il suo male senza ridurlo. Facendocelo vivere sulla pelle senza spiegarcelo. E che per questo, adesso, contiene anche un poco del nostro.

Quella luce accesa nel buio della redazione non si è mai spenta: è solo diventata un miraggio necessario.

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