Guanti bianchi per Manganelli e la mostra di Reference Library

Reference Library porta il libro nello showroom di lusso:
non è letteratura, certo, ma può ancora essere un modo originale per farla desiderare.

【H】Human Writing
Non sono mai stato un amante delle installazioni sperimentali nei musei. Ma se al posto della solita banana di merda attaccata al muro con il nastro adesivo mi proponi un occhio di bue puntato su Centuria di Manganelli, e quel libro me lo fai pure sfogliare con i guanti bianchi, allora sì: hai attirato la mia attenzione.

Ma partiamo dall’inizio: Reference Library è un’installazione temporanea concepita da Apartamento in collaborazione con Jil Sander e allestita a Milano, dal 20 al 24 aprile 2026. L’idea, racconta Simone Bellotti (direttore creativo di Jil Sander) gli è stata proposta da Marco Velardi e Nacho Alegre già a settembre scorso, e da lì è stata costruita coinvolgendo figure più vicine al mondo Jil Sander e altre più vicine ad Apartamento. 


Il risultato è un dispositivo semplice ma molto controllato: sessanta libri scelti da sessanta scrittori, designer, artisti, architetti, registi e creativi vengono disposti su leggii cromati allineati in file regolari, ciascuno colpito da un caldo fascio di luce da lettura e rilanciato visivamente da una parete a specchio sul fondo. Si entra a slot di sessanta persone l’ora, si ricevono guanti bianchi, e solo allora i volumi possono essere presi in mano, aperti, sfogliati, letti.
Bellotti descrive il progetto come una specie di “motore di ricerca creato dalle persone”, cioè una forma di scoperta analogica, lenta, non calcolata da una macchina.

“Questa non è letteratura”, griderà qualcuno. Certo che no. Del resto, nemmeno la banana al muro è arte, se è per quello. Ma qui non mi interessa fare il processo alle categorie: mi interessa la mossa. Mi interessa vedere un brand che prende l’oggetto libro e, invece di usarlo come fondale da persona colta, lo porta al centro della scena con eleganza, con disciplina, quasi con devozione.

In fondo l’editoria stessa, da sempre, ha cercato di vestire la letteratura: carte pregiate, rilegature raffinate, rilievi a secco, ori a caldo. Nessuno ha mai gridato allo scandalo per questo. Qui il passaggio ulteriore è un altro: non vestire soltanto il libro, ma costruirgli attorno una liturgia, persino un piccolo feticismo, che reclama attenzione senza bisogno di alzare la voce.

E se questa attenzione, una volta tolta la patina da maison, rimette davvero in circolo libri che contano, allora tutta l’operazione per me benvenga.

Reference Library

Non conosco l’elenco completo dei sessanta titoli (non l’ho trovato in rete) e proprio per questo conviene non fare commenti superflui. Ma quello che affiora dai materiali disponibili basta già a capire che qui non siamo davanti alla solita libreria ornamentale da showroom. Simone Bellotti ha portato con sé Il barone rampante di Calvino; i canali ufficiali mettono in evidenza Centuria di ManganelliAncestrale di Goliarda Sapienza; GQ parla di un Mishima scelto da Sofia Coppola e di Profumo di Süskind scelto da Celine Song. Non è ancora una lista, ma è già una traccia. E la traccia, stavolta, sembra buona.

Il punto non è fingere che la letteratura coincida con uno showroom di lusso. Non coincide affatto. Il punto è un altro: capire quando un brand usa il libro come soprammobile culturale e quando invece, nel gioco di questa installazione gli regala una diversa collocazione seppur solo materica. Reference Library funziona perché il libro non resta sullo sfondo: viene nominato, scelto, esposto, illuminato, ma soprattutto preso in mano. Non è una citazione da campagna, non è una borsa stampata con una copertina famosa: è un oggetto da avvicinare con cautela, da aprire, da sfogliare, da leggere.

No, non basta un leggio cromato per fare cultura. Ma non basta nemmeno riempirsi la bocca di cultura per far venire voglia di leggere un libro. Qui almeno succede una cosa semplice e rara: per cinque giorni, in mezzo al lusso, un libro torna a chiedere tempo, pur attraverso una messa in scena vistosa, quasi rituale, tutta giocata sulla materia, sulla luce e sul gesto. Se poi quel libro è Centuria di Manganelli, io il punto glielo do senza troppi rimorsi.

P.S.
E forse, a pensarci bene, puntare un occhio di bue proprio su Centuria non è nemmeno un tradimento. Perché Manganelli aveva già trasformato la lettura in una macchina, in una performance, in un’installazione mentale. Lo spiegava benissimo lui stesso, all’uscita del libro:


“Se mi si consente un suggerimento, il modo ottimo per leggere questo libercolo, ma costoso, sarebbe: acquistare diritto d’uso d’un grattacielo che abbia il medesimo numero di piani delle righe del testo da leggere; a ciascun piano collocare un lettore con il libro in mano; a ciascun lettore si dia una riga; ad un segnale, il Lettore Supremo comincerà a precipitare dal sommo dell’edificio, e man mano che transiterà di fronte alle finestre, il lettore di ciascun piano leggerà la riga destinatagli, a voce forte e chiara. È necessario che il numero dei piani corrisponda a quello delle righe, e non vi siano equivoci tra ammezzato e primo piano, che potrebbero causare un imbarazzante silenzio prima dello schianto.”
Giorgio Manganelli.

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