【H】Human Writing1
Ci sono racconti che ti colpiscono. Altri che ti accompagnano. E poi c’è Il gorgo di Beppe Fenoglio, che fa entrambe le cose, e qualcosa di più: scava. Ti scava dentro. Come l’acqua nella terra.
Breve premessa per i fortunati che ancora non lo hanno letto: Il gorgo è un racconto breve – si legge in cinque minuti – ambientato nelle Langhe contadine. Parla di un giovane ragazzo che cerca di salvare suo padre che ha deciso di “andarsi a finire” nel gorgo, che nel linguaggio dei fiumi è un punto in apparenza innocuo in cui l’acqua forma un vortice profondo e insidioso, meta scelta da molti suicidi. Non preoccupatevi, questo lo si capisce all’inizio, non sto svelando nulla, è quello che accade poi…
Non è solo la storia (potentissima, perfetta nella sua costruzione), non è solo il ritmo (invisibile e implacabile), non è solo la scena del fiume, una delle più vere e definitive mai scritte. Ciò che per me rende Il gorgo un racconto irripetibile è la lingua. O meglio: la voce.
Fenoglio scrive in una lingua che sembra sbagliata, ma è perfetta.
È la lingua dei contadini delle Langhe, con le sue sgrammaticature, i suoi verbi mal coniugati, i giri di frase strani, eppure… suona come poesia.
Non perché la abbellisca, ma perché la rispetta fino in fondo.
La ascolta, la assorbe, e poi la restituisce con una tale precisione da trasformarla in letteratura altissima.
Quando scrive frasi come “non le conosceva la malattia” o “lo avrei salvato solo se facessi tutto da me”, non sta solo imitando il modo di parlare dei contadini:
sta dicendo che quel modo di parlare è già, di per sé, carico di verità, di fatalismo, di bellezza grezza.
E il suo stile non corregge: lascia la lingua com’è, ma la fa suonare come se fosse la Bibbia.
Per spiegare questa sensazione, ho in mente sempre un’immagine.
Pensate a una melodia suonata con un violino volutamente e sapientemente scordato. Una nota stona, un’altra si piega in modo imprevisto. Ma invece di rovinare la musica, quella leggera dissonanza la rende più umana, più vera. Ti arriva addosso con una forza che una melodia impeccabile non avrebbe mai.
Ecco: la lingua di Fenoglio è così. Una lingua che non suona giusta, ma che risuona dentro.
Scrive con parole che sembrano rotte, e invece sono solo antiche, reali, irriducibili alla grammatica. Eppure, frase dopo frase, quel lessico scabro diventa poesia. Non perché si nobilita, ma perché viene lasciato com’è, con tutta la sua verità. Fenoglio non prende l’ignoranza contadina per elevarla. La riconosce come già alta. Non trasforma il fango in oro: ci mostra che quel fango è oro, se lo guardi bene.
Fenoglio non ha bisogno di spiegare. Gli basta nominare. In quella lingua “sbagliata”, ha già detto tutto. Anche il silenzio.
Questo è Il gorgo.
Non so se sia davvero il racconto più bello della letteratura. Ma so che ogni volta che lo rileggo, lo è ancora e che ogni singola volta non riesco a trattenere le lacrime, per la storia e per la bellezza racchiusa lì dentro.
“Il gorgo” lo trovate in edizione Einaudi “Diciotto racconti” di Beppe Fenoglio.
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- 【H】Human Writing – questo simbolo posto all’inizio di un articolo è la dichiarazione dell’autore che il testo è stato scritto di suo pugno senza l’utilizzo dell’AI.
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