Marketing editoriale non convenzionale: cosa insegna agli editori il caso Claridge’s

【H】Human Writing
Gli editori, naturalmente, sanno benissimo che un libro va pubblicizzato. Nessuno vive più nella favola secondo cui il testo, da solo, si farebbe strada nel mondo per semplice nobiltà intrinseca. Il problema non è questo.

Il problema è che l’editoria, quando si parla di marketing, continua a muoversi quasi sempre dentro una grammatica estremamente prevedibile: fascetta, presentazione, intervista, booktrailer, passaggio radio, qualche contenuto social, magari un endorsement ben piazzato. Tutto perfettamente legittimo. E quasi sempre terribilmente uguale a sé stesso.

Mentre in altri settori il marketing sperimenta, rischia, cambia tono, cambia forma, improvvisa, cerca nuove soglie d’accesso e nuovi modi di costruire attenzione, nel mondo del libro sembra esserci una specie di recinto mentale. Come se oltre una certa linea non fosse più lecito andare. Come se un libro, appena lo si circonda di un dispositivo più ambizioso del solito, corresse il rischio di sporcarsi.

Ma sporcarsi di cosa, esattamente?

È questa la domanda interessante. Perché nessuno si scandalizza davvero davanti alle forme più consuete e più povere della promozione editoriale. Nessuno sobbalza per una fascetta con la frase di un personaggio famoso, per l’autore di turno spinto da una rendita di visibilità già pronta, per il libro medio accompagnato da un apparato promozionale interamente pensato per stare nel flusso. Tutto questo viene considerato normale. Il che è comprensibile.

Quello che continua a sembrare anomalo, semmai, è il marketing che prova a uscire dal compitino. Il marketing che non si limita a esporre un libro, ma cerca di costruirgli intorno una soglia, una scena, una forma d’apparizione un po’ più pensata del solito.

Ed è qui che il caso HarperCollins a Claridge’s smette di essere una curiosità mondana e diventa un piccolo test di verità.

Non è la letteratura che si offende. È l’editoria che ha paura.

La notizia, in sé, è semplice: HarperCollins ha organizzato a Claridge’s un ricevimento per presentare Murder at the Grand Alpine Hotel, il nuovo romanzo di Lucy Foley che rimette in circolo Miss Marple. Champagne, lunch reception, ospiti del mondo del libro e della stampa, una venue che da sola basta a evocare Londra, eleganza, società, discrezione, capitale simbolico.

Ora, si può trovare l’operazione più o meno riuscita. Si può pensare che le foto emerse finora siano meno eloquenti di quanto si sarebbe sperato. Si può perfino sostenere che non siamo davanti a un grande colpo di teatro, ma a una forma piuttosto controllata di posizionamento. Tutto giusto.

Ma il punto non è decidere se l’evento fosse magnifico.

Il punto è capire perché un’operazione del genere, in editoria, rischi ancora di sembrare sospetta.

C’è infatti un errore di categoria che il settore continua a fare con impressionante ostinazione: confondere il valore letterario di un testo con il modo in cui quel testo viene immesso nel mondo. Come se le due cose appartenessero allo stesso piano. Come se lavorare sulla forma dell’apparizione significasse automaticamente lavorare contro la sostanza del libro.

Non è così.

Un grande romanzo può essere promosso in modo piatto. Un libro insignificante può essere lanciato con intelligenza. Un marketing brillante non salva un testo mediocre. Un marketing mediocre non nobilita un buon testo. Sono piani diversi, con responsabilità diverse, mestieri diversi, perfino linguaggi diversi.

marketing editoriale non convenzionale
marketing editoriale non convenzionale
marketing editoriale non convenzionale

Il vero scandalo è che l’editoria accetti quasi solo il marketing convenzionale

Chiunque lavori davvero con i libri sa che la questione non è mai stata se il marketing debba esistere. Il marketing esiste già, ovunque: nella copertina, nel titolo, nella fascetta, nella collocazione in libreria, nel tipo di autore che si decide di spingere, nel tono dei post, nell’endorsement, nella scelta del momento di uscita.

La differenza, semmai, è tra marketing amministrato e marketing pensato; tra promozione di routine e marketing editoriale non convenzionale.

Ed è qui che il settore mostra tutta la sua timidezza. Perché tende ad accettare senza problemi il marketing più standardizzato – quello che ripete formule note e rassicuranti – e guarda invece con sospetto quello che prova a lavorare sulla cornice, sul rito, sul contesto, sulla percezione.

Come se l’unico marketing legittimo fosse quello che non costringe l’editoria a uscire dai suoi automatismi.

E allora l’equivoco da smontare è semplice: promuovere bene un libro non significa svilirlo. Significa soltanto rifiutare l’idea che la qualità del testo debba compensare, ogni volta, la povertà della sua apparizione pubblica.

Claridge’s: più che una location, una lezione di posizionamento

È utile allora tornare al caso da cui tutto parte. Claridge’s, qui, non è interessante perché sia sfarzoso. È interessante perché è leggibile. È una venue che porta già con sé una sintassi: eleganza, rituale, società, controllo, lusso ben educato. Usarla per il lancio di un romanzo come Murder at the Grand Alpine Hotel significa attribuire al libro una soglia coerente con il suo immaginario, invece di lasciarlo precipitare nella solita neutralità promozionale.

Non serve esagerare: le immagini disponibili non mostrano una grande trasformazione scenografica dello spazio. Non siamo davanti a un capolavoro di art direction applicata all’editoria. E forse proprio questo rende il caso più utile. Perché mostra che il marketing editoriale non convenzionale non coincide necessariamente con l’effetto speciale. Può essere anche una scelta di contesto, un formato sociale, una precisione simbolica.

Il ricevimento, in fondo, non è una semplice presentazione con più posate. È un dispositivo. Seleziona il pubblico, alza la soglia, produce un’altra qualità dell’attenzione, suggerisce che quel titolo non sta solo uscendo in libreria ma sta entrando in società. Non fa automaticamente grande il libro, ma cambia il modo in cui il libro viene percepito. E questo è, banalmente, uno dei compiti del marketing quando è fatto con un minimo di coscienza estetica.

Il resto è contorno, per quanto utile. Lucy Foley è stata scelta perché sa muoversi con naturalezza in territori compatibili con l’universo christiano: cast corali, spazi chiusi, tensione sociale, mistero elegante, sospetto distribuito con perizia industriale. Miss Marple torna perché resta un brand narrativo potentissimo, ancora riconoscibile, ancora spendibile, ancora traducibile nel presente. Tutto vero. Ma non è qui il punto più interessante.

Il punto interessante è un altro: se un editore decide di trattare un libro come qualcosa che merita una soglia, un rito, una grammatica di apparizione un po’ più sofisticata del solito, davvero la prima reazione deve essere scandalizzarsi?

Forse sarebbe più utile scandalizzarsi del contrario: della quantità di libri lasciati uscire nel mondo con campagne pigre, automatiche, senz’anima, e poi difesi in nome della loro alta qualità come se l’una cosa compensasse magicamente l’altra.

La letteratura non si rovina perché le si costruisce attorno una forma. Si impoverisce, semmai, la possibilità che un libro incontri davvero il suo pubblico, quando tutto ciò che lo accompagna viene affidato all’abitudine, alla paura o a una cattiva idea di promozione.

È per questo che il caso Claridge’s merita attenzione. Non perché rappresenti un modello perfetto, ma perché tocca un nervo scoperto: in editoria il marketing sembra volgare solo quando prova a diventare meno automatico.

E qui, a onor del vero, un editore potrebbe obiettare: bene, ma oltre a un ricevimento a Claridge’s, che cosa dovrei fare davvero con un mio libro?

La domanda è legittima. E infatti il punto non è copiare l’hotel, ma imparare a pensare il lancio come forma. Su questo, avevamo già provato a ragionare QUI in questo articolo dove si parla di Guerrilla marketing letterario.

Qualche ipotesi, buttata giù quasi di sbieco e da approfondire meglio: trasformare un luogo coerente con il romanzo in una soglia narrativa invece che in una semplice venue; pensare a inviti, oggetti o micro-riti che facciano già racconto prima ancora della presentazione; costruire una piccola azione urbana, libraria o performativa che non venda direttamente il libro, ma ne faccia circolare l’atmosfera.

Non sono formule. Sono promemoria. E forse è proprio da qui che il marketing editoriale non convenzionale dovrebbe ricominciare: non dalla smania di fare rumore, ma dal coraggio di smettere, almeno ogni tanto, di fare sempre le stesse cose.

Torna al giornale di bordo ciccando QUI per vedere altri articoli.

Vuoi imbarcarti su Balena Bianca?
Lascia la tua mail: ogni volta che salperemo con un nuovo articolo, un mozzo verrà a bussare alla tua cabina con il dispaccio.


* indica requisiti obbligatori

Intuit Mailchimp