Mašen'ka - Vladimir Nabokov

Mašen’ka – Il romanzo di esordio di Vladimir Nabokov

Nabokov e la dirompente forza celata di un’opera prima.

【H】Human Writing1

In questo primo assaggio letterario, l’allora sconosciuto Vladimir Nabokov ambienta la sua storia in una pensione della Berlino degli anni ’20. Qui il protagonista, un emigrato russo di nome Ganin, intreccia per quattro giorni la propria esistenza e le sue nostalgie per un duplice amore perduto (la Russia e Mašen’ka) con astrusi personaggi: un poeta estinto, due buffi ballerini, una ragazza polposa.
Ma non è la trama, seppur originale, ciò di cui voglio parlare.

Se non sei un forte lettore di romanzi, lascia stare le prossime riflessioni… per te non avranno alcun senso.

Leggere l’opera prima – spesso sconosciuta ai più – di uno scrittore che ami è un’esperienza emozionante e quasi commovente: è come trovare tra le mani la foto di un caro amico da giovane, quando ancora non lo frequentavi. Sul momento non lo riconosci del tutto, ma ti invade la piacevole sensazione di un tepore familiare, di un ricordo seducente che più lo evochi e più ti sfugge, come accade con certi profumi.
E poi capita che l’attenzione venga improvvisamente catturata da una piccola imperfezione del viso, da una ruga imprevista, da una posa insolita… Ed è allora che, come con la madeleine di Proust, tutto diventa chiaro: i pensieri si ricompongono, le distanze si annullano, e capisci che quella percezione non era altro che l’esordio – ancora acerbo — della personalità adulta del tuo amico.

A me con l’opera prima di Nabokov è successa proprio questa cosa. Lo stesso, poco tempo fa, con La pista di ghiaccio, l’esordio di Bolaño: è stato come ritrovare nel cassetto segreto di un’antica secretaire una loro fotografia ingiallita, un ritratto giovanile in cui già pulsa tutto il loro futuro potenziale letterario.

Tornando al caro Vladimir: anche il bell’incipit di questo libro (solo per queste due righe il libro va acquistato):

«Lev Glevo. Lev Glebovic? Un nome che fa svitare la lingua, caro signore»

…non è che un addestramento (allora inconsapevole?) a un altro incipit, quello dell’opera suprema, dell’immenso capolavoro di Nabokov:

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti. Lo-li-ta. […] Ma nelle mie braccia fu sempre Lolita».

Termino riportando ciò che Nabokov pensava delle opere prime:

«La nota propensione dei principianti a violare la propria vita privata inserendo sé stessi, o un sostituto, nel loro primo romanzo è dettata, più che dall’attrattiva di un tema già pronto, dal sollievo di sbarazzarsi di sé prima di passare a cose migliori».

E questo è ciò che è successo.

E mentre leggevo “Mašen’ka”, ho avuto la sensazione nitida di assistere al primo respiro di un gigante. E certi primi respiri non si dimenticano più.

Mašen’ka – Vladimir Nabokov

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  1. *【H】Human Writing – questo simbolo posto all’inizio di un articolo è la dichiarazione dell’autore che il testo è stato scritto di suo pugno senza l’utilizzo dell’AI.
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