Slow advertising

Quando una pubblicità diventa opera d’arte – 100 anni di Corona

Una campagna stampa non per tutti. Forse per chi ha ancora tempo di guardare. Potremo definirla: slow advertising.

【H】Human Writing
Una coscia piegata fa da orizzonte, una lattina poggia sulla roccia come un faro domestico. Il mare è un rumore fuori campo, la luce è latte, la pelle trattiene sale. È una pinhole: niente lenti, niente anteprima, solo un foro che ascolta. L’inquadratura non ti chiama: ti aspetta.

“Con la pinhole sei costretto a rallentare: non esistono scatti istantanei, l’immagine affiora da ciò che c’è e dal passare del tempo”, spiega il fotografo e attivista ambientale Rodrigo Farías. Qui la fotografia non illustra un messaggio: lo fa nascere lentamente.

Corona fa una scelta coraggiosissima per il suo centenario che non può che cogliere tutta la mia stima, da pubblicitario, da artista e da essere umano. Forse una nuova frontiera della comunicazione: controtendenza, controintuitiva, contro ogni logica – e proprio per questo mi piace.

Cent’anni di birra Corona.

Si poteva festeggiare con una campagna pubblicitaria in una spiaggia soleggiata e bianca: bellissimi ragazzi in costume che brindano facendo suonare i colli delle bottiglie prima di bere a canna, musica del momento, close-up sul marchio, sfocature, claim finale: “da 100 anni ti disseta”. Invece l’agenzia ha fatto una scelta coraggiosa: trasformare questo anniversario in un’installazione artistica.

La tecnica qui diventa poetica: una pinhole è solo una scatola con un foro e carta fotosensibile, ma proprio questa povertà di mezzi sposta l’autorialità dalla regia alla luce stessa. Non si “produce” moltiplicando scatti: si aspetta che il tempo scriva sull’emulsione, accettando l’imprevedibile come prova di verità. E anche il mezzo di diffusione racconta: niente scroll compulsivo, ma una mostra e un libro che chiedono presenza — perché queste immagini non si consumano, si abitano.

Slow advertising.

In un mondo dove l’informazione corre a velocità incontrollata, esiste ancora una comunicazione che si prende il tempo della rivelazione. Non è solo lentezza estetica: è cambiare metrica e patto. Dall’impressione alla storia che resta; dalla copertura alla permanenza; dal “parlami di te” al “fammi spazio di te”.
Lo slow advertising progetta rituali più che formati: una mostra al posto del pre-roll, un libro al posto del feed, l’attesa come montaggio e l’imprevisto come firma d’autore.
Non “targettizza” lo sguardo: lo educa.
Mi è venuto istintivamente questo nome – slow advertising – che più che un’estetica è un patto narrativo.
Io mi sono fermato, ho guardato quella lattina appoggiata al ginocchio e alla roccia, e ho trovato una storia. Forse è questo il punto: non cercare più l’effetto, ma costruire le condizioni perché qualcuno, da qualche parte, decida di restare.

Questo articolo fa parte del progetto “Slow Advertising”: una serie di riflessioni dedicate ai brand che scelgono il tempo giusto per raccontarsi.

Se ti interessa il tema, leggi anche:
Royal Enfield e l’arte di costruire un secolo in miniatura con uno spot.

Torna al giornale di bordo ciccando QUI per vedere altri articoli.

Vuoi imbarcarti su Balena Bianca?
Lascia la tua mail: ogni volta che salperemo con un nuovo articolo, un mozzo verrà a bussare alla tua cabina con il dispaccio.


* indica requisiti obbligatori

Intuit Mailchimp