Operatori e cose

Operatori e cose – Barbara O’ Brien – La schizofrenia come racconto del reale

Questo libro, che parla di schizofrenia, ha la lucida profondità di analisi di un’opera di Freud, le geniali intuizioni di un trattato di Jung, la semplicità nel trattare la profondità dell’inconscio del cartone della Pixar, Inside Out, lo smarrimento tragicomico nella trama assurda di un romanzo di Kafka e il fascino narrativo-psicologico del film “A beautiful mind” (la storia del nobel schizofrenico John Nash interpretata da Russel Crowe).

Non è un romanzo, ma un’autobiografia scritta da una persona di un’intelligenza e una lucidità spaventosa che ha vissuto un’esperienza di schizofrenia acuta.
Capisco che associare a una malattia mentale l’aggettivo “lucidità” suona come un ossimoro, ma proprio qui sta la chiave di forza della narrazione. 

Complimenti ad Adelphy che dissotterra questo tesoro pubblicato la prima volta nel 1958, destinato ora a meraviglioso tassello nella prosecuzione del libro unico tanto caro a Calasso che lo immagino fiero della scelta editoriale dei suoi successori.

Barbara O’ Brien (pseudonimo con cui scrive l’autrice rimasta sconosciuta), da una vita normale si ritrova a dover convivere per sei mesi con una lunga serie di personaggi, chiamati gli Operatori, creati dalla sua mente, e a dover lasciare lavoro e casa e attraversare il Paese per sfuggire ad alcuni di essi su indicazione di altri. In un’estenuante viaggio fisico e mentale gli Operatori che vogliono proteggerla le mostrano una realtà inizialmente difficile da accettare ma, una volta compresa, impossibile da non poter ipotizzare come vera, anche per chi – cosi detto normale – legge il racconto. 

Durante la narrazione gli Operatori utilizzano una terminologia sconosciuta, quasi fiabesca, per descrivere questa nuova realtà parallela. Lo stesso meccanismo con cui si cerca di far capire al bambino concetti importanti attraverso figure retoriche e simbolismi. 

Alcuni esempi: Operatori (personalità della mente inconscia, visualizzati come esseri umani che controllano le Cose); le Cose (esseri umani sprovvisti dell’attrezzatura mentale degli Operatori); Reticolo (la struttura della mente); Ridurre a fantoccio (Una Cosa è ridotta a un fantoccio quando gli viene ridotto il Reticolo); Cavallo domato (Cose che possono essere manovrate facilmente); Gioco dell’uncino (Mossa di un Operatore per manovrare altri Operatori); e tante altre davvero interessanti che messe in relazione durante la narrazione rendono più comprensibile alcuni viaggi dell’inconscio normalmente imperscrutabili

Sono poi gli stessi Operatori, come dichiarato alla loro stessa comparsa, ad andarsene volontariamente e non grazie al terapeuta che li ha sfidati perdendo peraltro in modo grottesco. Ma proprio dopo la guarigione spontanea inizia la vera e propria avventura, quando Barbara scrivendo la sua storia e ripercorrendo fedelmente tutti i dialoghi con gli Operatori ne cerca un senso, leggendo e studiando per anni tutto quello che trova sulla schizofrenia. 

Interessante un esperimento compiuto dai biologi di nutrire una mosca col plasma del sangue di uno schizofrenico: il ragno che mangia quella mosca produce tele irregolari come fosse ubriaco, cosa che non accade utilizzando il plasma del sangue di persone con altre malattie mentali. L’esperimento sembrerebbe perciò far pensare che la causa sia una sostanza che però non è mai stata identificata.
Barbara O’ Brian durante i suoi approfonditi studi, messi in relazione alla sua esperienza arriva a conclusioni nuove a cui solo una mente brillante può ipotizzare. Tornando alla mosca è convinta che sia la mente schizofrenica a far secernere alle ghiandole la misteriosa sostanza e non il contrario.

Attraverso questo processo di studio si accorge che gli Operatori-intuito che durante la sua rocambolesca avventura la tirarono fuori dai guai dandogli le corrette istruzioni più di una volta (anche in una clinica psichiatrica), avevano il compito ben preciso di aiutarla a cambiare vita. Arriva così una seconda guarigione, altrettanto importante perché gli regala una nuova consapevolezza.

“La follia ha per me rappresentato un corso di formazione, unito alla fuga dallo stress della mia realtà per il tempo necessario ad attrezzarmi psicologicamente per affrontarlo”.

Vedi QUI il libro sul sito di Adelphi

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