Un sogno chiamato Tempo di uccidere
Ennio Flaiano ha vinto il primo premio Strega, nel 1947, con il romanzo Tempo di uccidere.
Raccontare la trama di Tempo di uccidere sarebbe riduttivo, e inutile.
Una storia c’é, ovviamente, ma é solo la vernice, il colore necessario a dipingere uno strano quadro, anzi, a dipingere il sogno di quel quadro, perché le immagini sono quasi sempre oniriche, lontane, stranianti, ironicamente assurde o irreali, immagini che hanno i contorni sfumati proprie dei sogni.
Solo in qualche passaggio diventano improvvisamente nitide, crudelmente vere, ma solo per un istante, insufficiente a farti uscire dalla fase REM.
Per capire questo libro bisogna perciò decifrare quel sogno, e per farlo è necessario sedersi su una panca, da soli, come si fa al museo di fronte a una maestosa opera d’arte, e osservare senza fretta questo dipinto dai toni antichi ed esotici, di seppia e di terra bruciata.
Sullo sfondo di un’ambientazione coloniale africana allora ci si vedono immagini piene di significati simbolici: un camion rovesciato in una scarpata, una giovane nuda di una bellezza che incute timore, un dente dolorante, un orfano che cerca un padrone, un vecchio stoico che padroni non ne vuole, un maggiore che traffica in affari illegali, un dottore che dell’Africa ha assorbito tutta l’apatia, un mulo che non vuole morire, ragazze che nascondono una malattia devastante, un camaleonte con la sigaretta in bocca, un orologio che continua a fermarsi, alberi che sembrano di cartapesta, sterpaglie e dirupi e scorciatoie, un piccolo coccodrillo paralizzato in un duello surreale, un piroscafo su cui non ci si può imbarcare… e ci sono sentimenti contrastanti che hanno una forma più definita dei personaggi stessi, come la noia, l’eccitazione, la nostalgia, la paura, la rabbia… ma più di tutto ci si vede spalmata su tutta la tela onirica una sfumatura persistente di un senso di colpa – per un delitto involontario – che assume diverse tonalità (perché questo è un dipinto vivo) che si accendono e si spengono con le emozioni del protagonista: un giovane tenente dell’esercito che più di chiunque altro sembra fuori posto in quella guerra e in quel paese che, come cita l’autore, «è lo sgabuzzino delle porcherie» dove gli occidentali vanno «a sgranchirsi la coscienza».
Il tempo circolare e il peso del premio
Dopo questo primo impatto ci si può concentrare maggiormente sui dettagli e allora si può notare chiaramente che il tutto è all’interno di un percorso circolare dove il protagonista parte e ritorna, un cammino dove trovano posto i personaggi e i sentimenti ma senza un ordine preciso perché anche il tempo stesso é circolare; sembra non ci sia un inizio o una fine o che l’inizio coincida con la fine. Avvenimenti e sentimenti sono ciclici e senza tempo: la partenza coincide con l’arrivo… la speranza si fonde con la disperazione.
Leggere questo libro é immergersi in quel sogno, in quell’affresco da cui é impossibile allontanarsi durante le pause dalla lettura (quando ci si alza dalla panca per sgranchirsi le gambe, o perché temi che esista veramente la sindrome di Stendhal) senza ritrovarsi inevitabilmente con la sensazione di avere la pelle sporca di quei colori, se pur confusi, proprio come un sogno che si ha desiderio di ricordare, che si vuole capire ma che perde senso e svanisce appena la ragione prende il sopravvento. Bisogna allora solo immergersi lì dentro, lasciarsi andare… ed è l’unico modo possibile per vivere questa storia.
Una curiosità: il romanzo é stato scritto in tre mesi, esce ancor prima che Flaiano faccia le revisioni che vorrebbe, nel 1947. L’autore fu infatti stimolato (quasi costretto) a scriverlo, circa dieci anni dopo aver partecipato realmente alla campagna d’Eritrea. Tempo di uccidere è diventato così il libro con cui Flaiano ha vinto il primo Premio Strega, dopo una grande campagna stampa promossa da Longanesi.
Ma questo è quello che scrisse Flaiano qualche tempo dopo:
«La mortificazione del successo – e la certezza di non esservi tagliato – le provai durante la pubblica premiazione, in un albergo romano, del mio primo e unico romanzo: Tempo di uccidere. Era una notte d’estate del ’47, subito dopo la premiazione, gli amici e gli invitati (che erano anche i giudici), iniziarono le danze e io cercavo di capire che cosa mi angustiava tanto. Forse la sensazione che ogni successo, in fondo, è un malinteso. Ricevevo un premio ambito per un romanzo che ora trovavo tutto da riscrivere. Tornai a casa solo. Ricordo che un cane randagio si intestò a seguirmi fin sulle scale e volle entrare. Come rifiutarsi? Gli preparai una zuppa di latte e lo feci dormire sullo scendiletto: la mattina dopo andò via. Ma neanche la sua compagnia era riuscita a confortarmi. Avevo in tasca un assegno (duecentomila lire) e la certezza che non mi appartenesse. Il guaio era che mi serviva assolutamente. Mi è rimasto da allora un sospetto sull’estrema utilità dei premi letterari, che non sono riuscito a dissipare. Quanto all’applauso dei giudici e della critica era certo un altro debito che mi ero assunto con molta leggerezza e che non ho ancora saldato».
Così Flaiano, pur essendo il vincitore del primo Premio Strega, ci lascia il paradosso di un successo che visse come un malinteso.
Chi era Ennio Flaiano
Ennio Flaiano (1910–1972) è stato scrittore, giornalista, sceneggiatore e critico, figura irregolare e ironica della letteratura italiana del Novecento.
La sua unica opera narrativa di ampio respiro fu proprio Tempo di uccidere (1947), vincitore del primo Premio Strega. Ma Flaiano è ricordato soprattutto per la sua attività di sceneggiatore: collaborò con registi come Federico Fellini (La dolce vita, 8½), Luigi Zampa e Steno.
Scrisse raccolte di aforismi e brevi prose come Diario notturno (1956) e Autobiografia del blu di Prussia (1974), che testimoniano il suo stile tagliente e malinconicamente ironico.

Una curiosità
Flaiano è passato alla storia anche per le sue battute fulminanti:
- «Coraggio, il meglio è passato» è una delle più celebri.
- Un’altra, sempre attuale: «Gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore».
Oggi il suo nome è legato al Premio Flaiano, istituito a Pescara per onorare la sua memoria nelle arti e nella letteratura.
