Passando davanti a una libreria mi è capitato di imbattermi in una scena curiosa: una donna svogliata accanto a un maiale. Una vignetta. Un fumetto anni ’50. E in alto, il titolo: Portnoy. Sotto, minuscolo, Adelphi.
Mi è bastato vederla una volta per capire che avrebbe fatto discutere. E infatti ha fatto discutere. C’è chi ha parlato di caduta di stile, chi ha invocato Tiepolo, chi ha storto il naso… come se qualcuno avesse infilato una cartolina di carnevale dentro un requiem.
Ma io — da lettore, da uomo di comunicazione, da scrittore — credo invece che quella copertina di Portnoy firmata Adelphi e Philip Roth sia una delle mosse editoriali più coraggiose degli ultimi anni. E provo a spiegare perché.
Adelphi e l’arte delle copertine
Per chi non lo sapesse, Adelphi ha sempre concepito la copertina come un’estensione invisibile del testo. Non illustrazione, non pubblicità, ma eco visiva.
Dalla collana “Biblioteca Adelphi” a “Fabula”, l’immagine in copertina è quasi sempre una pittura antica o moderna, colta ma mai troppo famosa, che non spiega il libro ma gli cammina accanto, a una certa distanza. Un Tiepolo per l’eleganza classica, un Friedrich per la malinconia simbolista, un Turner per la tempesta che prelude al naufragio. Colori tenui, cornici essenziali, titoli sobri come un biglietto lasciato sulla scrivania di un professore. Una linea estetica così coerente da diventare, ormai, un genere letterario a parte.
Roberto Calasso diceva (vado a memoria) che la copertina non deve essere volgarmente esplicita ma allusiva, e che in qualche modo – assieme al titolo – deve sedurre il lettore.
E poi arriva Philip Roth e Portnoy…
Adelphi ha acquisito da poco i diritti delle opere di Philip Roth e ha inaugurato questa nuova fase con uno dei romanzi più scomodi, più sfrontati, più inclassificabili della letteratura americana: Lamento di Portnoy. Chi lo ha letto lo sa: è un libro tutto sbilanciato in avanti, un flusso logorroico e brillante, una confessione oscena e intellettuale al tempo stesso. Un’onda che ti investe e poi ti lascia lì, a ridere di te stesso.
E come si è presentata Adelphi, per la prima volta, a questo autore? Con una scelta che ha già diviso: la copertina di Portnoy Adelphi, che mette in dialogo Roth con il fumetto americano.
L’immagine è un disegno tratto da una vecchia striscia satirica: Li’l Abner di Al Capp. Il personaggio è Moonbeam McSwine, creatura selvaggia, pin-up contadina, trasandata, ostinatamente circondata da maiali. Grottesca, irriverente, caricatura di ironia sessuale.
Perché questa copertina – Adelphi Philip Roth Portnoy – funziona
Molti l’hanno liquidata come un’eresia. Io, invece, ci ho visto un gesto esatto, come quei calci di rigore battuti piano, nel centro della porta.
Perché?
- Perché è spiazzante, come Portnoy.
- Perché è ironica e sessuale, senza essere esplicita, come Roth.
- Perché è “bassa”, nel senso più nobile: il desiderio di elevarsi e la gioia infantile di grufolare nel fango.
Adelphi non tradisce sé stessa, semmai porta alle estreme conseguenze la propria filosofia. Ha sempre scelto immagini che non spiegano, ma evocano. In questo caso ha cambiato registro: dalla pittura al fumetto. Il principio, però, resta identico.
Clicca QUI per vedere il libro sul sito di Adelphi

Da professionista della comunicazione…
…non posso che applaudire una casa editrice che non cerca il consenso, ma la necessità espressiva.
In un’epoca in cui anche le copertine sembrano progettate da focus group, vedere una donna e un maiale su uno scaffale, con il logo Adelphi sotto, è come trovare una riga storta in un libro di geometria. Disturba, ma libera.
Come comunicatore, so che la bellezza è spesso un disordine intenzionale.
Come lettore, so che non tutti i testi chiedono di essere adornati. Alcuni chiedono solo di essere lasciati in pace, o – se proprio serve un vestito – di indossarne uno apparentemente inadatto, buffo, spiazzante. Ma un vestito che in realtà parla con la stessa voce del testo.
In conclusione
La copertina di Portnoy Adelphi Philip Roth non è un vezzo grafico: è una scelta culturale. Una delle più intelligenti che Adelphi potesse fare per cominciare il proprio dialogo con Roth.
Chi non la capisce, probabilmente non ha letto Portnoy. O peggio: l’ha preso sul serio.
Se anche a voi è successo di restare interdetti davanti a una copertina “sbagliata”, provate a chiedervi: e se fosse proprio quella sbagliatura a contenere il senso del libro? Non sempre la bellezza è educata. A volte, è solo una donna accanto a un maiale.
Le copertine letterarie raccontano spesso più di quanto immaginiamo.
Lo stesso accade con Lolita e con 1984, due romanzi che — come Portnoy — hanno visto le proprie immagini di copertina diventare parte integrante della loro leggenda editoriale.
