Concorrenza sleale nel marketing

Concorrenza sleale nel marketing: quando la concorrenza gioca sporco

Perché copiare non è competere

Nel mare della comunicazione e del marketing, la concorrenza non è un nemico da abbattere ma una bussola preziosa. Studiare i competitor, analizzarne i successi e i fallimenti, significa imparare e tracciare rotte nuove.
Ma c’è una differenza netta tra ispirarsi e appropriarsi, tra migliorarsi e tentare scorciatoie di bassa lega. È quella differenza che separa la navigazione vera dal limitarsi a seguire la scia della nave davanti.
Ed è proprio qui che entra in gioco un tema cruciale: la concorrenza sleale nel marketing.

Il caso: il nome altrui come àncora

Mi è capitato di osservare – e non solo da piccole realtà, ma anche da multinazionali con mezzi enormi – una pratica discutibile: usare il nome di un competitor come parola chiave nelle campagne pubblicitarie online.
In concreto: se un utente cerca BookyWay su Google (App di prenotazione internazionale di cui sono socio fondatore), il suo primo clic rischia di finire su un annuncio pagato da un’azienda concorrente.
È un esempio evidente di concorrenza sleale nel marketing digitale: una strategia che non crea valore, ma prova solo a intercettare il lavoro degli altri.
È un po’ come piazzare un cartello davanti all’osteria del vicino con scritto: “Ehi, prova la nostra: è quasi uguale!”.

Perché la concorrenza sleale nel marketing è uno sbaglio strategico

A prima vista può sembrare un trucco astuto, ma in realtà è un autogol.

  • Sul piano etico, tradisce insicurezza e mina la fiducia: se per farsi notare serve “rubare” il nome altrui, cosa dice questo del proprio brand?
  • Sul piano strategico, significa fare pubblicità indiretta al concorrente. Se investo denaro per intercettare chi cerca un marchio forte, sto ammettendo la sua superiorità e contribuendo a rafforzarla.

È come se una squadra di calcio scendesse in campo indossando i colori dell’avversario: invece di confondere i tifosi, otterrebbe solo di ricordare a tutti quale squadra conta davvero.

Un vizio antico

Queste scorciatoie non nascono con Google. Già negli anni ’70 la pubblicità comparativa americana cercava di cavalcare i nomi dei grandi marchi, e molto prima, nella letteratura, non mancavano epigoni che campavano sulle spalle dei maestri senza aggiungere nulla di nuovo.
La storia insegna che chi si limita a copiare o parassitare finisce presto dimenticato. A restare, sono sempre coloro che hanno trovato una voce propria.
Ecco perché la concorrenza sleale nel marketing, ieri come oggi, non paga: non genera futuro, solo ombre.

La vera rotta

Il successo non si costruisce sfruttando le vele altrui, ma imparando a spiegare le proprie.
Competere significa guardare agli altri per migliorarsi, non per imitarli. Significa investire in visione, innovazione, autenticità.
Chi gioca sporco può forse strappare un clic in più, ma non conquisterà mai la fiducia duratura di chi sceglie un brand per quello che è, e non per quello che tenta di sembrare.

La domanda rimane: volete davvero essere ricordati come chi ha navigato seguendo le scie, o come chi ha tracciato la propria rotta?

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