La biblioteca dei 100 libri proibiti – anche quando non sono proibiti.

Chi ha paura di Orwell, Atwood e Beauvoir?

【H】Human Writing

Il fuoco, almeno, aveva una sua onestà oscena: mostrava palesemente la distruzione dei libri, scaldava mani e orgoglio dei carnefici, trasformava le idee in una polvere leggera che si posava sui cappotti, sui capelli, sulle scarpe, come monito agli intellettuali. Nel maggio del 1933, in Germania, studenti filonazisti organizzarono roghi pubblici in diverse città: finirono tra le fiamme libri definiti “non tedeschi”, opere di autori ebrei, testi pacifisti, socialisti, comunisti – tutto ciò che non entrava nel nuovo corpo della nazione senza farle venire la febbre.

Il libro bruciava. La censura si vedeva.

Oggi, quando diciamo “libri proibiti”, la parola si porta dietro ancora quella luce violenta. E infatti da qualche parte del mondo è ancora così: 401 scrittori detenuti in 44 Paesi, secondo l’ultimo Freedom to Write Index di PEN America – non fantasmi del passato, corpi sottratti alla propria vita.

Solo che altrove la censura ha imparato a vestirsi meglio. Ha perso il cappotto militare e ha infilato un paio di guanti di un candore supponente. Il libro non è più messo all’indice perché dice cose che non dovrebbe dire: è semplicemente inidoneo, manca di sensibilità, non protegge i minori, è politicamente scorretto… Non dice più: questo libro è vietato. Dice: forse non è adatto. Non qui. Non adesso. Non a quell’età.

E così una nuova censura prende vita, e non si vede subito, perché non fa fumo.

Forse per questo la Manifesto Library di Service95 e Livraria Lello, inaugurata a Porto come prima incarnazione fisica del Book club di Dua Lipa, è interessante proprio dove rischia di non essere capita fino in fondo. La si potrebbe liquidare in fretta: cento libri “censurati” dentro una delle librerie più belle e fotografate d’Europa, con Orwell, Atwood, Kafka, Beauvoir, Rushdie, Alice Walker, Olga Tokarczuk, Milan Kundera – nomi che non sembrano esattamente vivere nascosti in una cantina.

E allora?

Allora forse il punto è proprio l’equivoco. Service95 non mette insieme solo libri vietati davvero: costruisce una costellazione attorno a quattro parole: power, control, voice, memory. La domanda cambia: non più questi libri sono davvero proibiti?, ma cosa deve accadere a un libro perché qualcuno senta il bisogno di trattarlo come materiale sospetto?

Prendiamo Rushdie. The Satanic Verses. Un romanzo che segue due attori indiani sopravvissuti a un disastro aereo, trasformati rispettivamente in angelo e demone. Bandito in India nel 1988; nel 2024 un tribunale di New Delhi ha chiuso il caso perché nessuno – nemmeno il funzionario che l’avrebbe firmata – ha saputo tirare fuori da un cassetto la notifica del bando. Non una riconciliazione con la libertà letteraria: un documento scomparso, il divieto evaporato nella burocrazia che lo aveva generato. 

Poi c’è Atwood. The Handmaid’s Tale abita una censura più fredda, meno epica e per questo più insidiosa. Non il rogo: il verbale. Challenge è il tentativo di far togliere un libro dallo scaffale; ban è quando il tentativo riesce. In mezzo, la zona grigia: il libro resta, ma più lontano dalla mano del lettore — dietro uno scaffale meno visibile, una sezione speciale, un modulo firmato da un genitore. Nel 2025, secondo l’American Library Association, 5.668 libri sono stati banditi dalle biblioteche e altri 920 sottoposti a restrizioni d’accesso. Atwood rappresenta il destino dei libri controllati perché parlano troppo bene di controllo.

Alice Walker porta un’altra specie di interdizione. The Color Purple è un classico, il che dovrebbe suggerire un lasciapassare dorato – invece no: da tre contee americane, dal 2021, qualcuno l’ha tolto dallo scaffale, non con un rogo ma con un modulo protocollato. Il meccanismo non dice: questo libro è falso. Dice: questo libro è troppo: troppo sesso, troppo dolore femminile non addomesticato. La colpa più grave è non aver mentito con decoro.

Beauvoir arriva invece da un’altra epoca dell’indice. Il 14 giugno 1966 un cardinale tolse forza di legge all’Index Librorum Prohibitorum, lasciandogli solo un ammonimento morale: un dito alzato senza più potere di condanna. The Second Sex oggi è un classico da programma d’esame. Un libro può passare dall’essere veleno a questo senza cambiare una riga. Cambia la stanza. Cambiano i custodi della stanza.

È esattamente questa oscillazione – stato, scuola, contea, Chiesa, quattro custodi diversi per la stessa colpa mai del tutto nominata – che la Manifesto Library vuole mostrare. Porta libri e lettori in uno spazio fisico e restituisce alla lettura una qualità quasi rituale. Mettere Orwell, Atwood, Kafka, Beauvoir e Rushdie sotto il segno del proibito è costruire un canone del pericolo abbastanza riconoscibile da non spaventare nessuno che frequenti già una libreria internazionale. È il paradosso del libro proibito diventato oggetto di prestigio: più è minacciato, più sembra necessario. Il resto lo fa la luce giusta, che trasforma il gesto di leggerlo in un distintivo appuntato sulla giacca buona.

C’è qualcosa di comico, e anche di tenero, nell’idea che 1984 debba essere salvato dall’oblio da una biblioteca dentro Livraria Lello. Orwell non aspetta ossigeno da nessuno. Sono nomi così centrali da essere diventati abbreviazioni – orwelliano, kafkiano, distopico – parole che usiamo anche quando non abbiamo più voglia di leggere i libri da cui vengono.

Ed è qui che l’operazione si fa più interessante. Perché forse questa biblioteca ci dice meno sulla sorte di quei titoli e molto di più sulla fame contemporanea di sacralità laica. Abbiamo bisogno di scaffali che assomiglino ad altari, di libri che siano prove di innocenza, talismani civili capaci di dire al posto nostro: io sto dalla parte giusta della storia, o almeno ci provo, o almeno ho comprato il segnalibro.

La censura, nel frattempo, continua il suo lavoro sporco in modi diversi. Arresta. Vieta. Rimuove. Restringe. O lascia semplicemente che un libro sparisca perché non conviene più stamparlo, perché il catalogo è una necropoli ordinata con codici ISBN al posto delle lapidi. Non uccide il libro in pubblico, facilita la sua eutanasia letteraria.

Forse per questo la frase di Dua Lipa sul santuario dei libri scomparsi funziona anche quando eccede. Un santuario non è un tribunale della verità. È un luogo dove si portano cose che hanno avuto paura, o che ci hanno fatto paura.

Il rischio è che il libro proibito diventi una categoria estetica – un velluto rosso steso sopra il dissenso. Ma una biblioteca fisica, anche costruita con una quota di retorica, resta una biblioteca fisica. I libri ci sono. Qualcuno li ha scelti. Qualcuno entrerà per Dua Lipa e uscirà con un autore che non sapeva di dover incontrare.

Questo basta? No.

Ma i libri non hanno mai chiesto che bastasse.

La domanda più utile non è se Orwell, Atwood e Beauvoir siano davvero proibiti. È perché continuiamo ad aver bisogno di immaginarli in pericolo per ricordarci che sono vivi. Un libro perfettamente disponibile, impilato tra un thriller nordico e una dieta per manager esausti, ci sembra meno urgente dello stesso libro pronunciato con la parola censura accanto. La libertà di leggere, quando non sanguina, diventa meno visibile. La usiamo come l’acqua del rubinetto. Poi qualcuno chiude la valvola, e a molti torna la sete.

Il fuoco, dicevamo, almeno si vedeva.

Ora bisogna imparare a riconoscere il freddo.

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