Taccuino di bordo del capitano – Franz Kafka

Mare Adriatico, al largo di Trieste, gennaio 1915
Incontri immaginari, o quasi, con gli scrittori che ho avuto a bordo.

【H】Human Writing

Era il 15 gennaio del 1915 quando mi recai presso gli uffici dell’Istituto di assicurazione contro gli infortuni dei lavoratori per il Regno di Boemia, a Praga, chiedendo se fosse possibile assicurare il mio veliero: la Balena Bianca.
L’inverno precedente, due velieri vennero affondati da una terribile tempesta. I pochi sopravvissuti rimasero senza lavoro e le famiglie dei defunti non ebbero un destino più roseo. Così decisi per l’assicurazione.

Un impiegato della compagnia mi disse (intercettai un risolino) che mi avrebbero mandato la persona giusta. Lo fece con una rapidità che mi sembrò sospetta, come se volesse liberarsi di quel loro dipendente.

Tre giorni dopo, poco prima del tramonto, si presentò al molo un uomo alto, magrissimo, vestito di scuro, con una spessa cartella sotto il braccio e l’aria di chi non era venuto a ispezionare una nave, ma a cercare un provvidenziale rifugio.

Disse di chiamarsi Franz Kafka.

Il nome non mi era nuovo. Un mio carissimo amico, Max Brod, me ne aveva recentemente parlato come di uno scrittore eccezionale, benché noto solo in una ristretta cerchia di intellettuali. A vederlo, tuttavia, non mi sembrò un autore votato a cambiare il destino della letteratura.

Con lui c’era una ragazza bellissima, che si presentò col nome di Hansi, anche se in un’occasione, durante la loro permanenza a bordo, giurerei che Kafka l’avesse chiamata Felice, correggendosi subito dopo… la cosa mi sembrò alquanto strana. Seppi comunque solo in seguito che Kafka l’aveva rispolverata da un bordello dei suoi vecchi ricordi praghesi. Truccata in modo molto vistoso, indossava una lunga gonna viola plissettata e una camicetta panna piena di pizzi e ricami che le fasciava – lasciando in buona parte scoperto – un seno molto prosperoso. Aveva l’atteggiamento risoluto di chi è pronta ad azzannare alla gola il malcapitato che si azzardi a esprimere un giudizio fuori luogo.

Pensavo che la faccenda dell’assicurazione si sarebbe risolta velocemente, ma il dottor Kafka, invece, mantenendo un’espressione serissima, dichiarò che, prima di stabilire se la Balena Bianca fosse assicurabile, occorreva navigare almeno una settimana in mare aperto.

«Una settimana?» domandai stupito.

«Meno sarebbe imprudente».

«E di più?» chiesi ironizzando per mostrare il mio disappunto.

«Dipende da quanto mi lascerete fare il mio lavoro» rispose, guardando la ragazza come a cercare una sorta di approvazione.

Incuriosito, accettai. Che altro potevo fare?

Fin dalle prime ore di navigazione, i due si eclissarono. Kafka si rifugiò in cabina con la giovane donna e ordinò che venissero portati lì i pasti. Usciva solo raramente per prendere un filo d’aria, soprattutto di notte. Come poteva valutare il vascello rimanendo chiuso in cabina?

Feci comunque buon viso a cattivo gioco e la sera del terzo giorno, in una delle sue rade uscite sul ponte, parlammo di Max, il nostro comune amico. Gli rivelai che mi aveva detto che anche lui, Franz, scriveva. Così gli chiesi se avesse qualcosa da far leggere alla ciurma che iniziava ad annoiarsi. Kafka, esitò, tossì, si aggiustò il colletto con un gesto nervoso e alzò vistosamente le spalle, come a dire: perché no? Poi andò in cabina a prendere la sua cartelletta e ne tirò fuori alcuni fogli non rilegati. Disse che era il vecchio faldone di una storia interrotta anni prima, un frammento rimasto incerto, e che forse non era nemmeno una storia ma il verbale di un malinteso. Aveva già catturato tutta la nostra attenzione.

Cominciò a leggere di un certo Josef K., procuratore di banca, che una mattina si svegliava e veniva arrestato senza sapere da chi, né perché. La ciurma ascoltava con grande serietà, finché comparvero i due sorveglianti. Quando Franz lesse che quelli, seduti nella stanza accanto, si stavano mangiando la colazione dell’arrestato, il nostromo scoppiò in una gran risata. Poi rise il cuoco, poi risero i marinai, e infine rise anche lui. Rise con una felicità quasi dolorosa, piegandosi sui fogli, come se la sua stessa frase gli fosse sfuggita di mano e lo avesse colpito allo stomaco. Più cercava di riprendere la lettura con tono severo, più la scena diventava ridicola. A un certo punto dovette fermarsi, asciugandosi gli occhi con le dita lunghe e pallide.

«Non capisco perché ridiate», disse, ridendo ancora. «È una scena perfettamente amministrativa».

Quella fu l’ultima volta che lo vedemmo per i successivi due giorni; persino il cuoco continuava a lasciare il cibo fuori dalla cabina come da suoi ordini, tornando più tardi solo per ritirare piatti e avanzi.

Il sesto giorno, non avendo ancora ricevuto da Kafka né una relazione, né un modulo, né un verdetto, decisamente infastidito da quella situazione ormai insostenibile, decisi di andare a bussare.

Attesi abbastanza da poter dire, in seguito, di essere stato paziente. Quando finalmente la porta cigolò sui cardini, Kafka comparve sull’uscio, visibilmente a disagio per essere stato sorpreso svestito. Un telo bianco, trattenuto con una mano ossuta e tremante, gli copriva appena i fianchi. Il torace era stretto e pallido; le clavicole parevano due parentesi lasciate aperte da un tipografo distratto. Il corpo sembrava quasi chiedere scusa a sé stesso per la fatica di doversi portare in giro. Eppure, in quello stato di forzata vulnerabilità, non appariva brutto o volgare. Appariva, anzi, per così dire, un essere delicato e prezioso.

Alle sue spalle, sotto le coperte, quella che era evidente ormai a tutti essere una falsa segretaria si stiracchiò con una lentezza felina e sorrise.

«Dottor Kafka» dissi, «inizio a temere che stiate facendo calcoli troppo complessi per una semplice assicurazione».

«I calcoli semplici, Capitano, sono sempre i più pericolosi. La superficialità ha questo difetto: non spiega l’abisso, lo nasconde con una firma.»

«E quella signorina? In che modo le è di aiuto in questa missione? Le permette di andare più in profondità?»

Kafka scoppiò in una genuina risata, mentre la ragazza invece mi scrutò, seria. Kafka le fece un cenno ed uscì sul ponte, richiudendo la porta alle proprie spalle con una delicatezza quasi cerimoniosa.

«Camminiamo» disse, stringendosi nelle spalle per il freddo, mentre cercava goffamente di rassettare il telo intorno alla vita. «Vestito così mi sarà più difficile mentire».

Sul ponte il vento gli schiacciava il lenzuolo contro le gambe magre. Inizialmente lo vidi irrigidirsi, tormentato probabilmente da una timidezza per quella nudità. Poi, però, accadde qualcosa di strano: guardò l’orizzonte e tese i muscoli del collo, come se l’aria del mare stesse lavando via l’imbarazzo, facendogli raggiungere una zona più limpida, nella quale il pudore non serve più perché tutto è già stato compromesso, o forse giustificato.

«Ho l’impressione che lei mi stia giudicando male, Capitano».

«Non ho ancora deciso».

«Allora è già più generoso di mio padre».

«Vostro padre vi giudica?»

Franz sorrise appena.

«Mio padre non giudica. Lui, come dire, occupa il giudizio. Come certi uomini occupano tutta una stanza: anche quando escono, resta impossibile rimanere soli».

«E cosa direbbe, vedendovi uscire dalla cabina di una donna in queste condizioni?»

«Direbbe che confermo una vecchia perizia. Secondo lui, ogni mia libertà è una malattia non ancora classificata».

«Anche la letteratura?»

«Soprattutto la letteratura. Crede che io scriva per disobbedirgli. Un errore molto paterno. Io scrivo perché non riesco a rispondergli. Ogni frase sembra allontanarmi da lui, ma appena la rileggo lo ritrovo seduto al posto del lettore.»

Pensai fosse davvero strano che un uomo che non mi conosceva si esponesse parlando di un argomento così intimo. Camminammo per qualche passo. Il mare era scuro, gonfio, e la Balena Bianca avanzava con quella sua ostinazione muta del grande cetaceo di cui porta il nome.

Il mio pensiero tornò al motivo di quel viaggio ormai assurdo.

«Voi dovreste assicurare la mia nave!» esclamai.

«Non ancora».

«Perché?»

«Perché non so se sia una nave».

«Vi sembra forse una drogheria?»

«Una drogheria sarebbe più facile da assicurare. Brucia, fallisce, viene ereditata, accumula debiti. Una nave invece si traveste in modo più sottile. Da ferma si presenta come proprietà. Ma in mare aperto comincia a somigliare a un desiderio. Questa in particolare».

«E un desiderio non si assicura?»

«Si assicura solo ciò che accetta di avere un limite».

Mi fermai.

«State dicendo che la Balena Bianca non ha limiti?»

Franz guardò il parapetto, poi l’acqua.

«Dico che non basta dare un nome a una cosa per averne stabilito i confini. Anche con gli uomini facciamo così: li registriamo, li classifichiamo, li chiamiamo figli, impiegati, imputati, mariti. Poi ci stupiamo se qualcosa, dentro quelle parole, continua a muoversi. Come se dimenticassimo che esiste anche un’anima che non siamo in grado di classificare.»

«Voi assicurereste un’anima?»

«Il premio da pagare sarebbe enorme…».

«Allora temo di avere un problema, perché la Balena Bianca ha senza alcun dubbio un’anima».

«Vedo, Capitano, che iniziate a capire la difficoltà e l’assurdità di questo mio stupido lavoro. Ma ditemi, cosa trasportate esattamente e dove?»

«Merce di vario tipo. E in diversi posti. Vi ho già preparato una relazione che vi ho lasciato sulla scrivania della vostra cabina, ma non mi sembra l’abbiate ancora letta».

«Le chiedo scusa, Capitano, lo farò oggi stesso, ve lo prometto. Lì avete scritto tutto?».

«Sì beh, in realtà ogni tanto faccio qualche viaggio solo per portare degli scrittori che hanno bisogno di rimanere da soli per qualche giorno. Ritenete anche questa una merce preziosa da assicurare?»

«Solo quelli che non seguono le… correnti».

Il vento aumentò. Il lenzuolo si sollevò leggermente su una coscia. Franz d’istinto sobbalzò per coprirsi, ma poi, guardando le assi del ponte e il mare aperto, rilassò la presa, trattenendo il lembo di stoffa con una lentezza insolita. In quel gesto non c’era sensualità, né il solito, opprimente pudore della terraferma, ma una specie di disciplina ironica, come se la nudità, su questa nave, stesse finalmente trovando un accordo con il suo regolamento interno.

«A Jungborn» disse all’improvviso, «ci facevano camminare nudi nell’aria del mattino. Ci nutrivano di verdure, acqua, esercizi, fanghi e buone intenzioni. Era un luogo molto serio. Per questo, naturalmente, vi accadevano cose buffe».

«Vi piaceva?»

«Moltissimo. Mi pareva che gli uomini, privati degli abiti, diventassero come più veri. Io, sia chiaro, provavo una vergogna indicibile per la mia magrezza, non tolleravo di mostrarmi… ma qui, su questo ponte, stranamente è diverso. Sembra che la vostra nave tolga il peso persino ai corpi».

«Allora dovremmo girare più spesso nudi. Con i miei uomini, su questa nave, temo però che non sarebbe un bello spettacolo» scherzai.

«Già, poche persone riescono ad essere veramente sé stesse in ogni momento».

«Ne conoscete qualcuna?»

«Una volta» disse, «mi affezionai a un attore yiddish. Löwy. Aveva qualcosa che a me mancava: il gesto, la voce, l’appartenenza a una compagnia, forse perfino il diritto di esistere davanti agli altri senza chiedere permesso. Mio padre non ebbe bisogno di conoscerlo. Gli bastò sapere che mi era caro».

«Vostro padre torna spesso nei vostri pensieri. Che cosa disse?»

Franz abbassò gli occhi, e la sua voce si fece improvvisamente amara.

«Lo paragonò a un verme, a un parassita. Non aveva nemmeno bisogno di guardarlo: gli bastava sapere che mi era caro. Poi tirò fuori quel vecchio proverbio sui cani e sulle pulci. Non ricordo più le parole esatte, ma ricordo benissimo l’effetto.»

«E voi?»

«Io presi nota».

«Solo questo?»

«È quello che faccio quando non riesco a difendermi. Prendo nota con tanta precisione che, a volte, la nota sopravvive all’offesa».

«Anche per questo scrivete?»

«No. Però spesso scrivo perché non riesco a presentarmi di persona davanti a nessuno. A volte nemmeno davanti a me stesso. La scrittura è il mio modo più educato di non comparire».

«Cosa scrivete?»

«Storie, romanzi, tante lettere…»

«Lettere?»

«Sì, le lettere sono la parte più pericolosa, e mi piace. Le lettere fingono di raggiungere qualcuno. In realtà nutrono fantasmi».

«Anche le relazioni assicurative?»

«Quelle nutrono impiegati. Una specie più resistente».

Stavolta risi io. Kafka mi osservò con gratitudine, ma anche con sospetto, come se ogni risata potesse essere usata contro chi l’aveva provocata.

«Dottor Kafka» dissi, «alla fine mi direte se questa nave è assicurabile?»

«Sì».

«E quando?»

«Quando avrò capito se la Balena Bianca teme di affondare o teme di essere vista arrivare in porto».

«Perché una nave dovrebbe temere il porto?»

«Perché affondare è un incidente, Capitano. Ma arrivare… è una responsabilità».

Taccuino di bordo, Balena Bianca

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