【H】Human Writing
Negli Stati Uniti sta succedendo una cosa talmente semplice che è quasi difficile da capire: le persone escono di casa per leggere in silenzio accanto ad altre persone.
Non vanno ad ascoltare uno scrittore. Non vanno a discutere tutti lo stesso romanzo. Non vanno ad ascoltare qualcuno che legge.
Vanno, si siedono, aprono ciascuno il proprio libro e leggono per conto proprio.
Perché il punto – in questi nuovi format – non è costringere le persone a leggere quello che vogliamo noi. Il punto è aumentare la quantità di desiderio, tempo e legittimità sociale intorno al gesto del leggere. Se quel gesto diventa più attraente, se leggere smette di essere – per molti – una specie di inspiegabile punizione privata e diventa invece una gioiosa abitudine visibile, condivisa, persino un po’ fighetta ed elegante, allora il marketing del singolo libro arriva dopo.
Arriverà, come dire, su un terreno meno secco, più fertile.
Per l’editoria questa è una torsione mentale difficile, perché va contro quasi tutto ciò che siamo abituati a fare. Di solito partiamo dal prodotto: questo romanzo, questo autore, questa uscita, questa fascetta, questa data, questa presentazione, questa campagna. Ed è normale. Gli editori pubblicano libri, i librai li vendono, gli uffici stampa li spingono fuori dal buio. Nessuno vive d’aria, nemmeno la letteratura, che pure ci ha provato spesso con una certa superbia.
Ma forse, in questo momento, il problema viene prima.
Prima del libro da vendere c’è il potenziale lettore da mettere nella condizione di leggere.
In Italia sappiamo fare molte cose intorno ai libri. Presentazioni, festival, gruppi di lettura, rassegne, firmacopie, aperitivi letterari. Alcune sono cose bellissime, tenute in piedi con eroismo da librai, bibliotecari e uffici stampa che combattono contro il martedì sera, la pioggia, l’algoritmo e una certa stanchezza dell’attenzione del mondo libresco.
Ma il centro resta spesso lo stesso: il libro da presentare, l’autore da ascoltare, il catalogo da far conoscere. Il lettore è pubblico, destinatario, possibile acquirente. Entra in una forma costruita per portarlo verso qualcosa.
Questi nuovi format americani, invece, fanno una mossa più strana: non portano subito il lettore verso un titolo. Lo riportano verso il gesto.
Da clienti a promotori… capite la differenza?
Reading Rhythms, il caso più visibile, definisce i propri eventi “reading parties”: ognuno porta il libro che vuole, si legge in silenzio, poi si conversa, si scambiano impressioni, si sta insieme senza il dovere di avere tutti la stessa opinione sullo stesso testo. La formula dichiarata è già chiarissima: non un book club, ma una festa di lettura. Reading Rhythms
Bryant Park ha trasformato il prato in una sala lettura all’aperto con il suo Read on the Lawn Day: coperta, amico, libro qualsiasi, musica ambient, discussioni leggere tra lettori. Il dettaglio importante è proprio quel “whatever you’re reading”. Non il libro dell’evento. Non il titolo scelto dall’editore. Quello che stai leggendo tu. Bryant Park
La New York Public Library ha portato lo stesso principio dentro la biblioteca: lettura silenziosa, musica, incontri tra lettori, consigli dei bibliotecari, possibilità di fare una tessera. La biblioteca non solo come luogo dove i libri sono disponibili, ma come infrastruttura pubblica dell’attenzione. NYPL
E Audible, con la sua Story House newyorkese, ha scelto la versione più spettacolare: una “bookless bookstore”, una libreria senza libri fisici, fatta di ascolto, lounge, audiolibri, raccomandazioni, eventi. Non è la stessa cosa del silent reading, certo. Ma il movimento è vicino: il contenuto editoriale esce dal puro consumo individuale e diventa spazio, permanenza, abitudine condivisa. Audible Story House



Presi uno per uno, questi esempi non fanno una rivoluzione. Messa una coperta sull’erba, non nasce automaticamente il futuro dell’editoria. Però insieme dicono qualcosa che da noi rischiamo di sottovalutare. Dicono che la lettura forse non ha bisogno di essere resa più rumorosa. Ha bisogno di essere resa più appetibile.
Da noi la domanda è ancora, quasi sempre: come facciamo a far leggere questo libro?
La domanda che arriva da questi format è un’altra: come facciamo a far desiderare di nuovo il tempo della lettura?
Sembra meno commerciale. In realtà potrebbe esserlo di più, ma in modo meno ansioso.
Un libraio potrebbe obiettare: se ognuno porta il proprio libro, io cosa vendo?
Domanda giusta. Ma forse vende il ritorno. Vende il fatto che una persona associ quella libreria non solo all’acquisto, ma a una sera in cui è riuscita davvero a leggere. Vende il consiglio successivo. Vende il libro comprato uscendo perché lo si è visto nelle mani di una sconosciuta. Vende fiducia, che è una merce lenta, ma più resistente dello sconto.
Un editore potrebbe obiettare: se non leggono il nostro romanzo, perché dovremmo investirci?
Perché non ogni gesto utile alla vendita passa dalla pressione diretta sul titolo. Ci sono azioni che lavorano prima del prodotto, sotto il prodotto, dove si forma l’abitudine. Una casa editrice potrebbe sostenere reading party non per imporre il proprio catalogo, ma per abitare un territorio mentale: qui si legge, qui si torna lettori, qui il libro non è un dovere culturale ma un tempo desiderabile.
Poi possono arrivare le anteprime, le copie omaggio, i tavoli tematici, gli autori, le uscite del mese. Ma dopo. Non come ricatto d’ingresso.
Prima si fa esistere la scena.
Cosa potrebbe succedere, se prendessimo sul serio questa prospettiva?
Una libreria potrebbe avere una sera fissa in cui non si presenta nulla. Si legge. Alla fine, chi vuole lascia su un tavolo il titolo che aveva con sé, ne consiglia un altro, ne compra uno. La libreria diventerebbe non solo il luogo dove il libro passa di mano, ma dove il lettore riprende possesso del proprio tempo.
Una biblioteca potrebbe smettere, per un’ora, di dire “qui puoi prendere libri” e dire invece: “qui puoi tornare capace di leggerli”.
Un festival potrebbe programmare un evento senza palco. Un editore potrebbe finanziare spazi di lettura libera. Un brand potrebbe sostenere la cosa più difficile per un brand: un luogo in cui il proprio logo non debba parlare continuamente.
Forse il romanzo non deve diventare più spettacolare per sopravvivere. Non deve sempre travestirsi da serie, da reel, da contenuto breve, da performance. Forse ha bisogno di sedie migliori. Di orari migliori. Di stanze meno ostili. Di prati, biblioteche, librerie e persone che per un’ora accettino di non chiedergli altro che questo: restare aperto.
Il nuovo marketing editoriale, potrebbe cominciare proprio lì. Quando una persona non ha ancora comprato il nostro libro, non ha ancora postato nulla, non ha ancora lasciato una recensione, ma ha ricordato a sé stessa che leggere le piace.
Il resto viene dopo.
Non sempre. Non subito. Non con la precisione che vorremmo.
Ma senza quel momento prima, tutto il resto assomiglia a una tavola apparecchiata in una casa dove nessuno ha più fame.
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