marche nei romanzi

Quando i marchi entrano nei romanzi – Letteratura & Branding

【H】Human Writing
Questa volta non è marketing, non quello voluto almeno. È un frammento di vita che scivola sulla pagina di un libro. A volte è un cocktail ordinato con precisione maniacale, a volte un’insegna che luccica oltre il parabrezza, a volte il nome di un negozio che fa respiri più lenti. Così i marchi, ogni tanto, smettono di essere merce e diventano lessico – come personaggi secondari che aiutano a dipingere il ritratto di un’epoca. Questa è una piccola storia di come succede.

Quando i marchi nei romanzi entrano come i personaggi

James Bond entrava al bancone e chiedeva un Vodka Martiniagitato, non mescolato; un ordine così preciso da sembrare un autoritratto. Holly Golightly – la protagonista del romanzo di Capote – prendeva un taxi all’alba e andava da Tiffany quando si sentiva triste, perché quel negozio sapeva far tacere il mondo.
Gatsby sfrecciava lungo Long Island su una Rolls-Royce che nel fine settimana diventava un omnibus per feste infinite.
A Dublino, tra chiacchiere e giornali, nell’Ulisse di Joyce, George Lidwell sollevava un boccale di Guinness e il giorno ripartiva come sempre.
E nella Los Angeles notturna di Chandler, Philip Marlowe accendeva una Camel e soffiava il fumo dal naso, poi tornava a fissare l’indizio sul tavolino.

Nel Sud profondo di Harper Lee, in Il buio oltre la siepe, Dolphus Raymond teneva una bottiglia di Coca-Cola dentro un sacchetto di carta, e così smascherava le buone maniere della città. Coca-Cola che torna in un sacco di romanzi: in Sulla strada di Kerouac, con il chiosco che lampeggia in lontananza; in La strada di McCarthy, con una lattina trovata come un fossile lucente; e nel supermercato di Rumore bianco di DeLillo, dove tra carrelli e neon Murray Siskind recita come una litania: «Coke is it».

In tutte queste scene i marchi non reclamano attenzione: stanno lì – come la pioggia, le insegne, la morte, le canzoni – e quando la vita scorre sulla pagina, entrano anche loro.

Ma come succede?

Succede e basta. A un certo punto un nome commerciale esce dal supermercato e, senza chiedere permesso, entra in una storia. Non perché meriti un posto in letteratura, ma perché era già nella vita dello scrittore: sul suo tavolo, nella sua strada, nel suo orecchio. Quel marchio magari lo aveva mangiato, bevuto, indossato, annusato… E quando quel nome entra in una pagina, smette di essere solo un prodotto e diventa un personaggio secondario: un segnale stradale dell’epoca.

Tiffany in Capote non è un negozio: è un rifugio mentale. La Coca-Cola in Kerouac è un lampo d’insegna nell’autostrada dei vent’anni. In DeLillo è una formula che sostituisce i pensieri, in McCarthy una latta che conserva il sapore di un mondo perduto.

È così che i marchi, a volte, cambiano stato: non più merce, ma lessico. Diventano parole utili a dire chi siamo stati in quel momento: poveri o ricchi, giovani o stanchi, affamati di futuro o nostalgici del prima. Non serve volerlo, anzi: succede meglio quando nessuno ci pensa. Lo scrittore non promuove nulla; presa la vita, entra tutto: il cielo, il traffico, il cane del vicino, un sentimento, ma anche un jingle o una lattina. La letteratura è anche questo: far entrare un mondo, intero, nella frase.

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