Memorie postume di Brás Cubas

Scrivere da morti – Memorie postume di Brás Cubas

C’è un modo più radicale di scrivere in libertà?
Sì: scrivere da morto.

Ci sono libri che non insegnano nulla ma cambiano per sempre il modo in cui guardiamo la scrittura stessa. Memorie postume di Brás Cubas di Machado de Assis è uno di questi: un romanzo che non infrange le regole — le ignora, come solo i fantasmi sanno fare.

Machado de Assis e le sue “Memorie postume di Brás Cubas”

Partiamo con le leccornie per bibliofili:

  • Questo libro, pubblicato nel 1881, è stato per decenni testo di studio obbligatorio nelle scuole brasiliane (al pari del nostro Dante).
  • L’autore, come si conviene ai grandi e famosi romanzieri del passato (escluse poche famose eccezioni come Oscar Wilde o Dostoevskij, per dire), è nato e cresciuto in una famiglia alla canna del gas.
  • Aveva gravi problemi di epilessia e di balbuzie.
  • Nonostante tutto, diventò il primo presidente dell’Accademia Brasiliana delle Lettere nel 1896.

Memorie postume di Brás Cubas – Un romanzo scritto dopo la morte

Una delle particolarità più affascinanti di Memorie postume di Brás Cubas è che si tratta di un’opera postuma non dell’autore, ma del protagonista.
Postuma non in quanto pubblicata dopo la sua morte, ma perché scritta dopo la sua morte.

Come questo sia possibile non interessa né a lui spiegarlo né a noi comprenderlo.
Da buoni lettori, diamo fiducia e ci facciamo trascinare nel suo mondo che fu.

È un viaggio nelle straordinarie indagini dell’animo umano, in un’esistenza ordinaria vissuta nei salotti dell’alta società di metà Ottocento.
Essendo morto, Brás Cubas scrive con una libertà totale: la sua penna non teme il giudizio di nessuno.
E così, condite con un raffinato umorismo, si gustano taglienti analisi psicologiche che non risparmiano nemmeno il narratore.

Machado de Assis, autore di “Memorie postume di Brás Cubas”, il romanzo che ha trasformato la morte in libertà creativa.

Brás Cubas e la libertà di chi non deve piacere a nessuno

Un’altra peculiarità: il libro è suddiviso in 160 capitoli, lunghi da poche righe a tre-quattro pagine al massimo.
Ognuno ha un titolo proprio, e alcuni sono veri e propri racconti autonomi — incastrati come metafore, riflessioni o divagazioni nel percorso di vita (e di morte) del protagonista.

Vorrei condividere il capitolo 71, che parla dello scrivere e del leggere, della vita e della morte.
Leggendolo, vedo chiaramente il braccio di Brás Cubas sbucare violentemente dal terreno in cui è sepolto — come nei vecchi film horror in bianco e nero — e ghermire, nella mano scarna già in necrosi, una penna con la quale incide sulla sua stessa lapide questo epitaffio… o recensione del suo stesso libro.

Il capitolo 71: il difetto del libro siamo noi

«Comincio a pentirmi di questo libro. Non che mi abbia stancato; non ho altro da fare; e sul serio, inviare qualche capitoletto striminzito nel vostro mondo è pur sempre un’attività buona a distrarre un poco dall’eternità. Però che libro noioso, puzza di cadavere, soffre di una certa rigidità sepolcrale; una mancanza grave, e d’altra parte minima, perché il difetto peggiore del libro, lettori, siete voi. Avete fretta di invecchiare, mentre il mio libro cammina lento; amate le trame dense e immediate, lo stile piano e regolare, e questo libro e il mio stile sbandano come ubriachi a destra e a manca, partono e subito si fermano, borbottano, schiamazzano, sghignazzano, minacciano i cieli, scivolano e cascano per terra…
E cascano! Cadrete, miserabili foglie del mio cipresso, come qualsiasi altra foglia bella e appariscente; se ancora avessi gli occhi, verserei per voi una lacrima di rimpianto. È il grande vantaggio della morte, che se non lascia bocca per ridere non lascia nemmeno occhi per piangere… Cadrete.»

Quando la morte diventa un atto creativo

E forse aveva ragione.
Il difetto del libro, come dice Brás Cubas, siamo noi: lettori impazienti, professionisti dell’attesa, amanti della trama che non sa aspettare.
Siamo noi, con la nostra ansia di senso e di finali ordinati.

Ma chi scrive da morto — o chi crea, o chi costruisce qualcosa di autentico — è libero da tutto questo.
Non deve piacere, non deve vendere, non deve convincere.
Scrive perché non ha più nulla da perdere.

E allora sì, in fondo Memorie postume di Brás Cubas è anche un piccolo manuale di libertà creativa: un promemoria per chi lavora nel mondo delle idee, dell’arte o della parola.
Ci insegna che la libertà non nasce dal coraggio, ma dall’aver smesso di temere il giudizio.

Forse la vera rinascita, per chi crea, comincia proprio lì: dove si smette di voler essere vivi a tutti i costi.

Clicca QUI per vedere il libro “Memorie postume di Brad Cubas” sul sito dell’editore

Memorie postume di Brás Cubas

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