Perché il romanzo più discusso del Novecento continua a sedurci ancora oggi?
Pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1955 dall’editore Olympia Press, Lolita è il romanzo più controverso e celebre di Vladimir Nabokov. Racconta la storia di Humbert Humbert, un professore europeo di mezza età che, trasferitosi negli Stati Uniti, s’innamora perdutamente della dodicenne Dolores Haze, da lui ribattezzata “Lolita”. Attraverso un’ossessiva e inaccettabile relazione, Humbert narra in prima persona il suo amore, la sua gelosia, le sue menzogne e le sue giustificazioni, trascinando il lettore in un viaggio ambiguo tra desiderio e colpa.
Curiosità e travagli editoriali
La gestazione di Lolita fu complicata. Nabokov temeva la censura e faticò a trovare un editore disposto a pubblicarlo. L’opera uscì per la prima volta a Parigi presso Olympia Press, editore specializzato in testi erotici, e fu subito accusata di oscenità. Negli Stati Uniti diversi editori rifiutarono il manoscritto prima che, nel 1958, G. P. Putnam’s Sons ne pubblicasse un’edizione ufficiale che diventò rapidamente un caso editoriale e un successo mondiale. Nel 1962 Stanley Kubrick ne trasse il celebre film, che contribuì a fissare l’immaginario legato al romanzo.
Nonostante i rifiuti iniziali, Lolita si trasformò presto in un fenomeno editoriale senza precedenti. L’edizione americana del 1958 vendette oltre 100.000 copie nei primi tre mesi, un traguardo sorprendente per un romanzo accusato di oscenità. Nel giro di pochi anni fu tradotto in oltre quaranta lingue, raggiungendo milioni di lettori in tutto il mondo.
Il successo non fu soltanto commerciale: Lolita conquistò un posto stabile nelle classifiche dei più grandi romanzi del Novecento, spesso accostato a Joyce, Proust e Kafka per ambizione stilistica. La sua diffusione globale — dagli Stati Uniti all’Europa, fino al Giappone e all’America Latina — dimostra come un testo percepito inizialmente come “scandaloso” sia divenuto patrimonio universale della letteratura.
Lo spirito dell’opera per Nabokov
Nabokov respingeva con decisione ogni tentativo di attribuire a Lolita una morale. A chi gli chiedeva se volesse denunciare la pedofilia, criticare la società americana o indagare i limiti della libertà individuale, rispondeva con fastidio. Per lui la letteratura non era mai un manifesto etico o politico: «La letteratura non insegna, la letteratura incanta», sosteneva.
Il vero nucleo di Lolita, a suo avviso, non era la storia scabrosa di Humbert Humbert, ma la forza ipnotica del linguaggio, capace di trascinare il lettore in uno stato di voluttà estetica. Nabokov amava ripetere che un romanzo esiste solo se riesce a procurare piacere stilistico, un piacere che nasce dall’intreccio di ritmo, invenzione linguistica e ironia.
Un aneddoto racconta che, quando gli domandarono quale fosse il significato profondo di Lolita, rispose indicando un vaso di fiori: «Il significato è nella bellezza di quei petali». In altre occasioni, ironizzò sulle interpretazioni morali dicendo che chi vedeva nel libro una denuncia sociale «assomigliava a un entomologo che cerca di decifrare un sonetto con la lente da microscopio».
Nabokov amava sorprendere: in una conferenza, spiegò che ciò che gli interessava non era la “ninfetta” ma «il battito d’ali di una frase ben riuscita». Per questo Lolita resta, più che un romanzo scandalo, un’esperienza estetica. Humbert seduce con la sua voce, ma a sedurre davvero è la scrittura di Nabokov, che sa rendere irresistibile persino l’inaudito.
Una lettura personale
Come lettori, siamo costretti a confrontarci con l’inafferrabile doppiezza di Humbert Humbert. Nabokov gli regala un linguaggio sublime, che maschera l’orrore e seduce chi legge. In questa tensione si trova il cuore dell’opera.
“Noi non siamo depravati! Non violentiamo come fanno i bravi soldati. Siamo miti signori infelici, con occhi da cane, sufficientemente ben integrati da saper controllare i nostri impulsi in presenza degli adulti, ma pronti a dare anni e anni di vita per un’unica occasione di toccare una ninfetta. Non siamo, nel modo più categorico, degli assassini. I poeti non uccidono mai…”
Humbert ha un disperato bisogno di un amico cui confidarsi, e quell’amico sei tu, il lettore. Ti coinvolge emotivamente nelle sue depravazioni… però depravazioni di un uomo innamorato, malinconico, amorevole, generoso. Impossibile non ascoltare le sue ragioni: Humbert ti convince ogni volta che rischi di svegliarti dal meraviglioso stato di trance in cui ti ha indotto, impedendoti di vedere il mostro.
Non c’è pericolo: lui ti trattiene lì con un’astuzia inesorabile.
L’astuzia è di Humbert, tutta sua. L’eleganza invece, indubbiamente, è di Nabokov.
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